La congiuntura del momento
per il settore calzaturiero italiano
Anno 2010
Migliora, per il quarto mese consecutivo, la previsione degli operatori industriali. Lo rileva nella consueta indagine mensile l’Isae, l’Istituto di studi e analisi economica, negli aggiornamenti di luglio. A sostenere la fiducia delle imprese - sono le indicazioni sui flussi di nuovi ordini, previsti in recupero, e le aspettative di una ripresa dell’export nei prossimi mesi.
I giudizi complessivamente più favorevole trovano elementi di supporto anche nel processo di smaltimento dei magazzini, a cui si associa il recupero delle attese di produzione, seppure in presenza di una domanda tuttora giudicata bassa.
Dall' analisi dei principali dati congiunturali diffusi da ISTAT emerge una situazione soddisfacente per le imprese calzaturiere.
L'andamento è percepito come positivo dagli imprenditori, dei quali solo il 12 % si sente ancora dentro la crisi del biennio 2008-2009.
Da agosto 2009 infatti si hanno questi incrementi :
Per le industrie : Produzione + 14%, Ordini + 48%, Fatturato + 36%, Prezzi alla produzione +3%
Per il commercio : Vendite + 3%, Prezzi al consumo +0,5%
L'andamento in aumento in doppia cifra degli ordinativi ( un rekord negli ultimi 4 anni ) è prodotto da una forte domanda estera.
Le esportazioni del made in Italy hanno registrato un incremento del 14 % nei primi 9 mesi del 2010 ( 95 milioni di paia contro 80 milioni ) mentre l'anno scorso vi era stato un calo, nello stesso periodo di quasi il 15 %, e del 8 % un ammo prima.
La cassa integrazione nel 2010 è diminuita del 39 % in termini di ore rispetto all'anno precedente.
Il saldo commerciale del comparto evidenzia un aumento del 9 % nei primi 9 mesi del 2010, contro il -30 % dell'anno precedente.
Il mercato interno rimane ancora sostanzialmente fermo se non addirittura in flessione del 1 % su base annuale per le vendite al dettaglio.
I dati di fatturato e ordinativi tuttavia dicono che anche il mercato italiano sta contribuendo alla ripresa, seppur in misura minore di quello estero.
fonte : istat
IL 2009
Abbigliamento e calzature, cedono il 3,2% i consumi nel primo trimestre 2009
Secondo un’analisi basata sui dati dell’Ufficio studi di Confcommercio
Quattro trimestri negativi di fila. Dopo un 2008 che aveva già tirato vistosamente il freno, con un meno 3,1%. E’ il bilancio sulla dinamica dei consumi in Italia di abbigliamento e calzature. Un comparto, oggetto di tagli robusti da parte dei consumatori italiani - resi più parsimoniosi dalle recessione globale - che sta pagando la crisi con un tributo decisamente più gravoso rispetto ad altri settori.
Secondo l’Ufficio studi di Confcommercio, il bilancio del primo trimestre 2009 ha chiuso, per scarpe e vestiario, con un calo dei consumi del 3,2% (il confronto è con lo stesso periodo del 2008), mentre l’insieme di beni e servizi avrebbe fatto segnare, in questo primo scorcio d’annata, una riduzione nell’ordine del 2,1%.
Si tratta di andamenti reali, che non tengono cioè conto dei movimenti dei prezzi. Dinamiche che annualizzate - secondo il sito web specializzato nell’informazione economica sul settore calzaturiero - potrebbero tradursi, nel bilancio finale del 2009, in una riduzione dei consumi per abbigliamento e calzature nell’intorno dei 3,5 punti percentuali. Si tratterà, ovviamente, di verificare - spiega ancora l’analisi - se il tanto atteso rimbalzo di fine anno, sia pure in versione «mini», che anche gli indicatori sul clima di fiducia dei consumatori italiani sembrano anticipare, potrà spostare nei prossimi mesi l’ago della bilancia, portandolo se non altro verso lo zero. Molto dipenderà anche dall’andamento dei prezzi, con il sistema moda che sembra comunque contenere, in questa fase, le spinte inflattive, sfoderando virtuosismi che già in passato gli avevano consentito di superare le fasi di crisi.
Da gennaio a marzo di quest’anno, secondo l’Istat, i prezzi alla produzione del tessile, abbigliamento, pelli e accessori, hanno registrato, sul mercato interno, addirittura una contrazione dello 0,6% rispetto al gennaio-marzo 2008. Come dire che in fabbrica la deflazione è già una realtà conclamata, al pari del resto di altri comparti del manifatturiero. E’ andata - sia pure lentamente - attenuandosi, di pari passo, la dinamica dei prezzi al consumo. Con il bilancio di questi primi tre mesi che per la voce abbigliamento e calzature restituisce una crescita annua dell’1,5% (+1,1% per le sole calzature), perfettamente solidale con il tasso di inflazione generale del trimestre.
fonte : Istat
Crisi alle spalle. Forse in autunno 2009 il punto di svolta
Dopo la prolungata fase recessiva la congiuntura mondiale sta mostrando un graduale miglioramento. Valutazioni meno negative sono emerse dalle indagini sulla fiducia di imprenditori e consumatori delle principali economie industrializzate. La caduta dell’attività produttiva è rallentata in Europa e in Usa. Consistenti segni di rafforzamento ciclico si sono materializzati in Asia, dove la Cina è tornata su un sentiero di crescita sostenuta.
Ma a fronte di questi elementi la ripresa si preannuncia lenta soprattutto nelle economie avanzate, dove l’assottigliamento dei canali creditizi e le ricadute della recessione sugli sviluppi occupazionali tenderanno a frenare la dinamica della spesa interna. E’ il quadro tratteggiato dall’Isae, l’Istituto di studi e analisi economica, nelle “Previsioni sull’economia italiana”. Rapporto in cui gli esperti affermano che anche in Italia gli indici anticipatori del ciclo economico hanno preso a segnalare una possibile svolta per l’economia nazionale tra l’estate e il periodo autunnale. Le condizioni congiunturali sembrano in via di progressiva stabilizzazione nell’industria, si legge nell’Outlook. La caduta della produzione industriale si è interrotta in aprile-maggio. Un fenomeno che non impedirebbe un secondo trimestre ancora in discesa, ma che potrebbe preludere a un rimbalzo nel periodo luglio-settembre.
Un segno positivo nell’evoluzione del prodotto interno lordo dovrebbe tornare a evidenziarsi a partire dal terzo trimestre, spiega ancora l’Isae. Nella media del 2009 il Pil si ridurrebbe, secondo i dati corretti per gli effetti di calendario, del 5,3%. Un minirimbalzo è atteso nel 2010 (+0,2%) in previsione di un progressivo rafforzamento del commercio mondiale e di un sostegno alla domanda interna legata agli effetti della manovra estiva anti-crisi.
Quanto alle componenti della domanda interna, i consumi - secondo le previsioni - subirebbero quest’anno una riduzione del 2,2%, manifestando un andamento stagnante nei prossimi 12 mesi (+0,1%).
Pesante stop, nel 2009, sul fronte degli investimenti (-11,2%), in frazionale ripresa nel 2010 (+0,7%), in scia alle agevolazioni fiscali previste dal Tremonti-ter per l’acquisto di macchinari.
L’export nazionale, al pari delle importazioni, risentendo del drastico ripiegamento del commercio internazionale, subirebbe quest’anno una contrazione del 18,5%, (-13,8% l’import). Per entrambe le variabili è attesa però nel 2010 una ripresa quantificata nell’intorno del 2%.
In relazione agli sviluppi del mercato del lavoro, nel 2010 il tasso di disoccupazione in Italia si porterà al 9,3%, dal 7,9% di quest’anno. Mentre sul fronte del caro-vita l’Isae si attende un’inflazione media nel 2009 dell’1% (era al 3,3% nel 2008), che salirebbe al 2% l’anno prossimo. Il differenziale con i partner dell’area euro risulterebbe sfavorevole all’Italia in entrambi gli anni di previsione, restituendo rispettivamente sette e otto decimi di punto percentuale in più.
Fonte Trend
IL 2008
L'Italia, primo produttore di calzature nell'Unione Europea, si colloca al sesto posto tra i paesi produttori di calzature nel mondo e al quarto tra i paesi esportatori. Sono questi indici di successo del settore calzaturiero italiano che con 6.657 aziende, 94.143 addetti ed il saldo commerciale da sempre attivo, rappresenta una realtà di estrema rilevanza quali-quantitativa nell'economia italiana ed é uno dei pilastri del Sistema Moda. Uuna concentrazione territoriale di aziende in aree organizzate in distretti, situati prevalentemente in sette Regioni: Marche, Toscana, Veneto, Lombardia, Campania, Puglia ed Emilia Romagna, interessando ben 23 province.
Dopo cinque anni di andamenti negativi si attendeva un segno di discontinuità, per il settore calzaturiero. Il 2006 ha rappresentato il primo periodo di rallentamento della caduta, mentre il 2007 si archivia come un anno “interlocutorio” per il settore, con la sostanziale tenuta di molti indicatori sui livelli dell’anno precedente e alcuni significativi segnali di crescita: il saldo commerciale, le esportazioni soprattutto in alcuni paesi, i consumi interni sia in quantità che in valore, la produzione in valore. Ma a questi indicatori non corrispondono segnali di cambiamento radicale nel breve periodo: crescono invece i timori di un 2008 di stagnazione, se non addirittura con intonazioni negative.
Il 2007 si è chiuso con una crescita della produzione su base annua del 2,9% in valore, seppure a fronte di una contrazione dello 0,6% in quantità. A fare da traino ancora le esportazioni che si stima raggiungeranno i 6.934 milioni di euro e 246,3 milioni di paia a consuntivo, per un incremento rispettivamente del 7% e del 1,1%. La crescita dell’export ha riportato in aumento anche il saldo commerciale: l’attivo raggiunto a fine anno dovrebbe sfiorare nei dati ISTAT i 3.700 milioni di euro, con un tasso di crescita pari al 12,5%. Tale risultato, seppure debba essere preso con prudenza per la variazione di metodologia nella rilevazione dell’import da Romania e Bulgaria dopo l’ingresso nella UE il 1° gennaio 2007, è comunque un segnale importante di cambiamento della tendenza dei primi anni 2000.
Nei primi dieci mesi dell’anno 2007 è però il comparto delle scarpe in pelle, produzione di punta del made-in-Italy e che rappresenta il 66% delle esportazioni in quantità, a far registrare l’incremento più significativo (+7,8% in valore, malgrado una lieve contrazione in quantità dello 0,2%). E’ invece meno omogenea l’analisi della situazione per mercati: agli incrementi contenuti in valore di Germania (+2,7%) e Francia (+4,7%), accompagnati da una sostanziale stabilità in volume (-0,6% e +0,2% rispettivamente), si contrappone il buon recupero delle esportazioni verso il Regno Unito (+11,2% in valore e +8,1% in quantità), dopo un 2006 deludente.
È soprattutto l’area Europea a trainare la crescita: l’aumento delle esportazioni nei paesi UE (superiore al 5% in valore e pari al 2,3% in volume) si somma ad andamenti decisamente positivi dei paesi dell’Est europeo (+33% in valore e +18,6% in volume nel complesso), da cui emerge in particolare il trend favorevole sul mercato russo, che ha registrato un +31,4% in valore confermando il 4° posto tra i nostri mercati di sbocco.
fonte : istat
Le quattro eccellenze dell’industria e l'economia reale:
così il made in Italy gioca la sua partita
Anche se la situazione economica in Italia non è certamente facile e tenderà ad aggravarsi con il peggioramento dello scenario mondiale, la nostra posizione relativa, rispetto ai Paesi più colpiti dalla crisi finanziaria, resta più solida e la nostra specializzazione produttiva ci potrà aiutare a resistere meglio di altre economie nel corso della fase difficile che ci attende. E’ vero che la Confindustria ha previsto che nel 2009 il PIL italiano diminuirà dello 0,5%. Ma il National Institute of Economic and Social Research prospetta per la Gran Bretagna addirittura una flessione dello 0,9% e il Giappone ha appena annunciato un crollo del suo surplus commerciale a settembre del 94%. Inoltre, nessuno ci ha ancora spiegato quanto potrà essere realmente dura la recessione in America al di là delle previsioni ufficiali.
Le agenzie di stampa hanno dato molta enfasi alla notizia che nel 2007 il rapporto tra debito pubblico e PIL dell’Italia, secondo le ultime stime dell’Eurostat, è rimasto nella UE l’unico sopra il 100%. Il che però non è una novità. La novità vera è invece che nel 2008 stanno esplodendo i debiti privati di Paesi che crescevano al di sopra delle loro possibilità sicché i debiti aggregati (pubblici+privati) di nazioni come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna in percentuale del PIL sono già oggi assai più alti di quelli dell’Italia e lo diventeranno ancor più dopo i salvataggi statali e le nazionalizzazioni dei rispettivi sistemi bancari.
Come riporta il sito internet del “New York Times”, solo il 31% dei proprietari di case negli Stati Uniti non è indebitato con i mutui e i 2/3 degli studenti ha contratto debiti per la propria istruzione. Mentre sta esplodendo anche l’indebitamento attraverso le carte di credito (ogni famiglia americana ha mediamente 13 carte di credito, molte delle quali, come i mutui per le abitazioni, sono subprime). E’ dunque ora di riaggiornare i cosiddetti rating non solo delle banche ma anche delle economie nazionali. Certo è che il vero rating dell’Italia oggi non può essere solo quello dei titoli del suo debito pubblico, peraltro rivelatosi molto più sicuro di altri investimenti.
Famiglie, banche ed imprese, infatti, sono in Italia meno indebitate che nel resto del mondo e la nostra economia “reale” è sana e competitiva. Lo prova il fatto che, come ha comunicato l’Istat, il nostro export verso i Paesi extra UE a settembre è ancora cresciuto del 13,4% rispetto allo stesso mese dello scorso anno e che nei primi nove mesi del 2008 il surplus manifatturiero dell’Italia verso gli stessi Paesi è aumentato di oltre 6 miliardi di euro balzando a 32,6 miliardi.
La forza dell’Italia resta il suo sistema manifatturiero, di cui oggi tutti riscoprono la centralità dopo che molti ne avevano profetizzato il declino. Nell’industria manifatturiera l’Italia è seconda in Europa solo alla Germania. Vi sono occupate nel nostro Paese 4 milioni e 600 mila persone, vale a dire un milione di addetti più della Francia e 1 milione e mezzo di addetti più della Gran Bretagna. Come ha affermato provocatoriamente qualche giorno fa un dirigente del Sistema Moda Italia, la più importante associazione europea del tessile-abbigliamento, il vero rating dell’Italia dovrebbe essere: “quadrupla AAAA”. Egli si riferiva ai 4 macrosettori manifatturieri cardine del “made in Italy”, le cosiddette “4 A”: Abbigliamento-moda, Arredo-casa, Automazione-meccanica-plastica e Alimentari-vini.
Questi 4 macrosettori, nonostante la crisi mondiale, genereranno quest’anno un surplus commerciale con l’estero record di circa 120 miliardi di euro, cioè una cifra che compensa la somma del nostro deficit energetico e degli interessi che dobbiamo pagare sul nostro debito pubblico. Non è quindi esagerato affermare che se l’Italia rimane in piedi, nonostante i suoi problemi strutturali, lo deve in gran parte proprio alle “4 A”. Vale la pena di analizzare brevemente la forza delle “4 A” per comprendere come l’economia italiana abbia fondamentali solidi, con radicamenti industriali territoriali che pochi altri Paesi possiedono, e dunque come il nostro Paese possa affrontare l’imminente recessione mondiale con buone speranze di non uscirne troppo ammaccato.
Citeremo al proposito alcuni dati dell’Eurostat che mettono in evidenza la superiorità manifatturiera non solo dell’Italia ma persino di alcune sue singole regioni rispetto a molti Paesi d’Europa. Cominciamo col ricordare che, con 495 mila addetti, l’Italia è di gran lunga il più importante Paese UE nel tessile-abbigliamento, nettamente davanti alla Francia, che ha un numero di persone occupate in questo settore tre volte inferiore al nostro. La Lombardia è più importante nel tessile-abbigliamento sia della Germania sia del Regno Unito, mentre Veneto, Toscana, Piemonte ed Emilia-Romagna, tutte singolarmente prese, vantano un numero di addetti in questo comparto più elevato rispetto al Belgio.
Nel settore cuoio-calzature l’Italia impiega 167 mila addetti, una cifra quattro volte superiore a quella della Spagna. Ben 3 nostre regioni, cioè Toscana, Marche e Veneto, hanno ciascuna più occupati in questo comparto sia della Francia sia della Germania. Anche nel settore della lavorazione del legno (esclusi mobili) l’Italia è prima nella UE per persone occupate, con 172 mila addetti. Francia, Regno Unito e Germania ne hanno la metà di noi. Nel settore del legno la Lombardia ha più addetti della Finlandia e il Veneto più dell’Olanda. Nel settore della lavorazione dei minerali non metalliferi (che oltre al cemento e al vetro include marmi e piastrelle, due comparti in cui il nostro Paese è leader) l’Italia ha 248 mila addetti, una cifra di oltre 50 mila unità superiore a quelle di Spagna e Germania e di oltre 100 mila unità più elevata di quella della Francia. L’Emilia-Romagna ha più persone occupate in questo comparto dell’Austria; il Veneto e la Lombardia ne hanno più dell’Olanda. Nei prodotti in metallo l’Italia, con 706 mila addetti, è in testa nella UE davanti alla Germania. La Lombardia è la prima regione d’Europa per numero di occupati in questo settore davanti a giganti territoriali del calibro della Baviera e del Baden Wurttemberg. La stessa Lombardia e il Veneto hanno più addetti nella fabbricazione di prodotti in metallo dell’Olanda e l’Emilia Romagna ne ha più della Svezia.
Altro comparto cardine delle “4 A” è quello della fabbricazione di macchine e di apparecchi meccanici, in cui l’Italia, con 564 mila addetti, è seconda nella UE solo alla Germania, ma è importante quasi quanto Francia e Gran Bretagna messe assieme. In questo settore la Lombardia vanta un numero di occupati maggiore della Svezia, mentre l’Emilia-Romagna supera l’Olanda, il Veneto l’Austria e il Piemonte la Danimarca. Per completare il quadro dei principali settori produttivi delle “4 A” ricordiamo che anche nella produzione di mobili e di altri manufatti l’Italia è prima nella UE per numero di addetti, con 292 mila unità. Veneto e Lombardia hanno entrambe più occupati in questo settore della Svezia.
Ma non dimentichiamo che l’Italia è ben presente anche in altri comparti dell’industria manifatturiera al di fuori delle stesse “4 A”. Nella chimica-farmaceutica, ad esempio, nonostante la scomparsa di grandi gruppi storici come la Montedison, l’Italia può contare su alcune importanti grandi e medie imprese, con una occupazione complessiva di 197 mila addetti. In questo settore la Lombardia è dopo la Renania-Westfalia la seconda regione d’Europa per numero di occupati (ne ha però più sia del Belgio sia dell’Olanda), mentre il Lazio, seconda nostra regione produttrice, ha quasi lo stesso numero di occupati dell’Irlanda e ne ha più della Finlandia.
Tutti questi dati dovrebbero far capire che nel corso dell’attuale crisi economica eventuali forme di sostegno della domanda interna e dei settori produttivi da parte dello Stato non dovrebbero essere indirizzati solo verso il settore dell’auto o verso quello degli elettrodomestici, bensì dovrebbero riguardare tutti i settori del manifatturiero e soprattutto le piccole e medie imprese, come ha chiesto la stessa Presidente di Confindustria.
Senza dimenticare che vi sono altre tre priorità fondamentali per l’economia “reale” dell’Italia: il rilancio dell’agricoltura, del turismo e delle opere pubbliche, in quest’ultimo caso, si spera, anche attraverso il varo di finanziamenti comunitari europei come da tempo auspicato dal Ministro dell’Economia.
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fonte: Istat
IL MERCATO MONDIALE 2007
La storia è nota: con la globalizzazione dei mercati e l’evoluzione dei modelli competitivi, l’Asia è riuscita in breve a far sentire il proprio peso. Paesi come Cina, India, Vietnam, Indonesia e Tailandia, hanno saputo assecondare le nuove esigenze produttive giunte soprattutto da Occidente, innescando una rapida corsa agli investimenti e alla delocalizzazione.
Tra i prodotti simbolo della tradizione industriale italiana, quelli più conosciuti e apprezzati al mondo sono le calzature. Le scarpe italiane detengono una posizione di leadership nei mercati internazionali, soprattutto in Europa e America, ma come vanno le cose in Asia?
Riferendo alle elaborazioni Anci (Associazione Nazionale Calzaturieri Italiani) su dati Istat, si nota che nel 2007 l’Asia ha originato il 6,0% del giro d’affari totale, pari a quasi 7 milioni di calzature. Interessante notare come qui confluiscano le calzature più costose (in pelle da passeggio), pari ad un prezzo medio di 59,54 euro, rispetto ai 23,07 euro di quelle vendute in Europa e 39,81 euro del Nord America. In testa il Giappone, con 194 milioni di euro (-8,0% rispetto al 2006), segue Hong Kong con 91,323 milioni di euro (+23,6%), poi Corea del Sud 51,495 milioni (+11,3%), Cina 25,16 milioni (+22,7%), Taiwan 15,492 milioni (+1,4%), India 9,048 milioni (+515,9%).
C’è ancora un Made in Italy che cerca di resistere all’invasione cinese e alla globalizzazione, è quello dell’industria calzaturiera italiana. Da anni i piccoli artigiani italiani cercano di resistere puntando all’eccellenza e alla qualità assoluta, selezionando i pellami e cucendo ancora a mano le calzature, tuttavia c’è anche chi importa dalla Cina e dall’est Europa e le spaccia come calzature italiane.
Calzature, si attenua a maggio 2009 la caduta delle vendite al dettaglio
Il sottoindice Istat del valore delle vendite del commercio fisso al dettaglio, relativo al comparto calzature, articoli in cuoio e da viaggio, ha fatto segnare a maggio una contrazione dell’1,3% su base annua. Lo rende noto l’Istat sulla base della consueta rilevazione mensile sul valore corrente delle vendite, variabile che incorpora la dinamica sia delle quantità, sia dei prezzi.
Un dato, quello di maggio, che, seppure preceduto dal segno meno, rivela una leggera attenuazione dell’andamento negativo delle vendite, dopo il calo tendenziale dell’1,9% di aprile.
Il risultato si inserisce, inoltre, in un contesto di ulteriore deterioramento delle vendite al dettaglio, con l’indice generale che, rispetto al maggio 2008, ha fatto segnare una contrazione del 2,9% (tra alimentari e non), nettamente più accentuata rispetto al meno 0,2% di aprile. Piatto, invece l’andamento mensile, con l’indice destagionalizzato del valore del totale delle vendite al dettaglio che ha segnato una variazione nulla rispetto al precedente mese di aprile.
Tra gennaio e maggio 2009 le vendite al dettaglio di calzature, compresi articoli in cuoio e da viaggio, hanno rilevato una contrazione del 2,8% rispetto allo stesso periodo del 2008. Un calo questo, più accentuato rispetto a quello generale, con l’indice totale delle vendite che ha chiuso invece i primi cinque mesi dell’anno con una flessione del 2,1%.
Segno meno a maggio anche per abbigliamento e pellicceria. Il confronto con lo stesso mese del 2008 riporta, nei prospetti dell’Istat, una contrazione delle vendite del 3,3%, che si riduce a un meno 2,9% nel cumulato dei primi cinque mesi dell’anno.
Fonte Istat


